L'anima di M.A.V.A.F.F.A.N.C.U.L.P.

martedì 27 gennaio 2009

il Giorno della Memoria della Shoah


PER PER IL GIORNO DELLA MEMORIA VOLEVO PREPARARE UN ARTICOLO PER DARE ECO ALLE MOLTE VOCI MAI UDITE…ADDENTRANDOMI NELL’ARGOMENTO,HO CONSTATATO CHE OLTRE ALLE MILIONI DI PERSONE CHE NON HANNO PIU’ AVUTO VOCE(RICORDO),ESSENDO STATE CANCELLATE PER SEMPRE DALLA FURIA NAZISTA E NON SOLO…ESISTONO,MOLTISSIME ALTRE PERSONE ”MIRACOLOSAMENTE” TORNATE DALL’INFERNO DEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO,DAI LAGER,DAI GULAK,DELLE FABBRICHE BELLICHE,ECC,CHE HANNO TACIUTO LA DURA REALTA’ DI QUEL MONDO E DI QUEL PERIODO…ANCOR OGGI TANTE DI QUESTE PERSONE NON VOGLIONO APPROFONDIRE L’ARGOMENTO… FORSE,PER IL TERRORE DILANIANTE DEI RICORDI…FORSE PER LA PAURA DEGLI INCUBI SOPITI…FORSE PER IL RISPETTO DEI MORTI…FORSE PER CIO’ CHE HANNO DOVUTO FARE PER SOPRAVVIVERE….O FORSE,SEMPLICEMENTE PERCHE’ NON CI CREDONO,PERCHE’ NON VOGLIONO PIU’ CREDERE IN NULLA…PERCHE’ SANNO CHE TUTTO CIO’ CHE E’ ACCADUTO E’ TROPPO VERO…

Quindi scriverò della SHOAH, dell’OLOCAUSTO, del GENOCIDIO, ecc, toccando un argomento a cui non avevo abbastanza pensato. O piuttosto, di un aspetto di quell'argomento, che è il silenzio di tanti fra i superstiti dei campi di sterminio. Arrigo Levi ha insistito su questo riflesso dell'incomunicabilità di Auschwitz: «Di questa certezza si nutrì la vita dei sopravvissuti... l'incubo di non essere creduti. Primo Levi lottò contro di esso fino all'ultimo giorno». Ho sentito anche Amos Luzzatto, il presidente della Comunità ebraica, dire di non essersi ancora spiegato perché gli altri siano stati così a lungo renitenti ad ascoltare il racconto dei deportati scampati, così variamente ma vastamente impegnati nella rimozione. Questo induce a mettere insieme i due lati, la paura e il pudore dei testimoni, e la renitenza e la rimozione degli altri, per interrogarmi sul loro reciproco rapporto. Mi sono chiesto se i superstiti non avessero avuto paura, magari dopo i primi tentativi, oltre che di non essere creduti, anche del contrario: di essere creduti. Quindi,imbattendomi nel capitolo di un libro che trattava la questione del reduce con parole “particolari”,mi è balzato alla mente(per via delle incredibili analogie),di prenderne spunto… Un reduce che era stato dato per disperso, per morto. Torna a casa dopo molti anni. Dunque, il ritorno del redivivo. Praticamente,è la storia di un'Ulisse,attuale ora come all’ora. Egli torna dopo 20 anni di guerra e di peregrinazioni e non sa come sarà accolto, se troverà ancora la sua casa suo figlio,sposa amata e il letto coniugale costruito sopra un ceppo di ulivo e il suo vecchio cane. Ulisse è tuttavia al tempo stesso il campione esemplare della virtù consolatrice del racconto. A Itaca deve stare da travestito, per preparare la vendetta contro i pretendenti. Ma anche là, fingendo di parlare di un altro, racconta a Penelope le vicissitudini di Ulisse, e le ha raccontate tante volte nelle stazioni della sua odissea. Mentre,il libro che stavo leggendo è un inedito, di uno studioso italiano di rara intelligenza, Furio Jesi, morto nell'80 meno che quarantenne. Jesi tratta del reduce protagonista di un famoso dramma di Bertold Brecht,Tamburi nella notte.Nel cuore della notte torna e bussa alla porta: figlio creduto morto che torna dai suoi genitori, fidanzato che torna dalla promessa sposa. È lui o un fantasma? E da dove torna, da lontananze e prigionie o dal regno dei morti? E come possono accoglierlo gli altri, che l'hanno amato e hanno sofferto per lui, e poi lentamente si sono rifatti una vita senza di lui? Questo dilemma è spaventosamente aggravato quando il superstite che torna è davvero stato in un inferno come il campo di sterminio, in un posto di morti vivi, di “mussulmani”,cosicché davvero appare come un resuscitato. La sua pena è stata tale che chiunque al suo cospetto deve provare un disagio e un senso di colpa, se non per sé per l'umanità cui appartiene. Ci si commuove al suo ritorno, lo si abbraccia, ma subito, senza saperlo, senza ammetterlo, lo si sente come un intruso, perché tutto di sé è intruso nei suoi confronti e, proprio perché è stato morto ed è tornato, sta fra gli altri come un moribondo, come uno che deve morire…. Tutti sappiamo di essere mortali, e la convenzione che dà naturalezza ai nostri rapporti sta proprio nel fingere reciprocamente che la nostra morte non ci riguardi, non sia prevedibile se non come una disgrazia cui neanche alludere: ma ecco fra noi una, uno, che si porta addosso la sua morte passata, incisa con un numero nella pelle, e dunque annuncia in ogni momento la sua morte a venire, il compimento di quell'appuntamento solo fortuitamente rinviato. Lo dirò con cautela, ma «gli altri» rischieranno di far sentire al ritornato una propria involontaria aspettativa che se ne vada. Non ho il coraggio di interrogare da questo punto di vista il noto fenomeno per cui i prigionieri lottavano per sopravvivere con una tenacia sovrumana e poi, quelli scampati e tornati, in numero enormemente maggiore si suicidavano. Toglievano il disturbo. Questo disagio degli altri non dipende dal fatto che non hanno creduto al racconto dei tornati, ma dal fatto che l'hanno ascoltato e ci hanno creduto fino all'ultima parola. Ma quel racconto era insopportabile, minava la tranquillità agognata della vita da ricostruirsi, minava il diritto ad avere dei propri racconti, avventurosi, tristi, allegri e comunque di una tensione incomparabile con quelli. Bisognava tacere, di fronte al racconto dello sterminio. Bisognava ammettere che ne uscivano svuotate le parole delle proprie disavventure ordinarie, dei propri desideri di felicità e benessere. Sarà anche perché,il reduce del campo non è “creduto”,perché è “disperso”:ovvero è “creduto disperso” anche dopo essere tornato. Svaluta i nostri valori, ci impedisce di avere un mal di testa, confonde il nostro linguaggio, ci toglie l'indiscrezione di lagnarci di niente e di vantarci di niente. Tanti carcerati comuni dicono che una donna uno se la può conservare se sta dentro un paio d'anni, ma oltre bisogna rassegnarsi a lasciarla libera. Due anni in una galera alla buona. E Auschwitz? Auschwitz fa vergognare perfino della tentazione di lagnarsi della propria galera, che sia maledetta. Gran parte della storia del Novecento ha pagato un prezzo altissimo al reducismo:compreso l’arditismo misconosciuto e il fascismo,compreso Adolf Hitler. Il reducismo ha segnato di una ferita profonda l'America del Vietnam. I superstiti dei campi sono stati protagonisti spesso muti di un reducismo alla rovescia, impegnati a far passare dimenticato l'altro mondo che avevano conosciuto, e che avrebbe continuato a far conoscere da loro il mondo di tutti. Per questo mi è venuto in mente che avessero paura, come tante persone fra noi che sono ammalate e hanno paura della nostra buona salute, di non essere credute, ma di esserlo. Forse,anche Penelope provò, dietro la felicità, una paura quando ebbe riconosciuto Ulisse e lo abbracciò, la vecchia cicatrice del cinghiale sulla gamba, e le nuove cicatrici a lei ignote…Forse, IL SILENZIO FA’ PIU’ RUMORE DELLE PAROLE…Forse ,IL DOLORE, IL RICORDO, LA MEMORIA FANNO PAURA…Forse,ci sono mille e più forse…ma,la verità NON DEVE ESSERE MAI TACIUTA…





Lupo




2 commenti:

Anonimo ha detto...

ANCORA UN PLAUSO E UN GRAZIE DI CUORE A CARLITOS...CHE SI SBATTE SEMPRE(COME NON POCHI),ED E' PUNTUALE,RAPIDO,CORRETTO...NEL ASSECONDARE LE MIE "PATURNIE"...
PS.OGNI ARTICOLO E' IMPORTANTE...MA,ALCUNI LO SONO PIU'DI ALTRI...
GRAZIE,FRATELLO PALLIDO...

stefania ha detto...

e' giusto ricordarlo

 

Blog Archive

Online da
giorni!
Preleva

.

Followers


Ululate gente... ululate